dal blog PENSIERI GRAFICI

10 anni in 10 domande (di branding): la mia vita da freelance nei primi dieci anni di partita iva

Cover header Pensieri Grafici n.24 di Erica Bortolussi

Estate 2024 "10 anni in 10 domande": questa è la newsletter che ho inviato il 24 giugno 2024 che parla di essere freelance, progetti, branding.

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Estate 2024 "10 anni in 10 domande": questa è la newsletter che ho inviato il 24 giugno 2024 che parla di essere freelance, progetti, branding.

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Dal 1 giugno 2014 al 2024: riflessioni su lavoro e comunicazione

Oggi che ricevi questa newsletter è il 24 giugno 2024, ma l’ho scritta prima, mentalmente è da un paio di mesi che penso a cosa scrivere e segno pezzetti di idee sulle note del mio telefono. Oggi però ti voglio raccontare di un’altra data. Quella del 1 giugno.

Il primo giugno è una data che ricompare spesso nella mia memoria e nella mia vita. Ricordo esattamente il primo giugno di qualche settimana fa, quello dell’anno scorso, quello del 2019, quello del 2015, quello del 2014.

Esattamente il primo giugno del 2014 ho aperto la partita iva: ero in aspettativa non retribuita dal 1 febbraio di quell’anno, avevo dato 7 mesi di preavviso, e l’anno prima avevo fatto partire un progetto in parallelo (quello che si porta avanti di notte e nei weekend, il primo blog, le prime prove di scrittura sul mondo della comunicazione, dall’estate del 2013). Sicuramente non sono una che fa le cose d’impulso.

A distanza di 3 mesi da quel 1 febbraio 2014 avevo deciso che non sarei tornata in azienda, avevo l’impazienza e l’incoscienza dei 32 anni, la paura folle di stare per fare una cazzata, e una frase del mio ex capo che mi aveva detto tempo prima e mi girava in testa, che diceva più o meno così: “Se ci vuoi provare, fallo seriamente, impiegaci tutte le tue energie e le tue ore, fallo a tempo pieno. E non fare in modo di pensare che, se un giorno questa cosa non avrà funzionato, tu possa rimpiangere di non averci provato abbastanza.” Grazie Pietro. È stata un’iniezione di fiducia di cui tu non ti ricorderai neanche.

E così il 1 giugno 2014 ho iniziato un cammino che mi porta ad oggi, al 1 giugno 2024 a celebrare i (primi) 10 anni di partita iva. Sono volati e al contempo sono stati molto lenti, ma li ho sentiti tutti, giorno dopo giorno, per questi 10 anni. È un bilancio positivo per tantissimi aspetti, ed è quello che mi fa dire che questi sono solo i primi 10 anni di partita iva, senza escludere la possibilità che un giorno magari possa cambiare idea e tornare dipendente. Ma certo non oggi, e neanche domani.

Se c’è una cosa che ho capito in questo periodo è che sono (siamo tutti e tutte noi) una persona in evoluzione, e con me le persone con cui lavoro e vivo, i desideri che abbiamo, le opportunità che ci vengono proposte e quelle che ci siamo andati a prendere, le cose che ci capitano nella vita e ci fanno cambiare strada o raddrizzare la rotta.

La mia rotta lavorativa si è un po’ spostata nel corso degli anni e accettare alcuni cambiamenti è stato più difficile che attuarli: a volte sento di essere in un mare in tempesta, a volte in mare calmo e liscio senza ombra di vento per le vele.
Comunque sempre in mare sono e già questo mi sembra doppiamente bello (per le tante metafore che associo a questo concetto): del resto, il mare me lo sono tatuato sulla pelle qualche anno fa, il mio autoregalo dei 40, per sentirlo sempre vicino, più vicino di quanto possa viverlo in natura.

Ho pensato quindi in che modo poter fissare nella memoria questi primi 10 anni, ed ho pensato di farlo attraverso 10 domande che mi sono fatta e a cui cerco di dare risposta in questa newsletter.

1. La lezione più importante che ho imparato

Più non vuol dire più (o meglio).
Più lavoro (maggior numero di clienti, maggior numero di ore lavorate) non vuol dire più fatturato, per me. Parlo proprio di soldi, sporchi e mai abbastanza citati quando si parla di liberi professionisti.

Mi sono accorta in diversi momenti che più aumentavano i clienti, i progetti, le ore lavorate, più il mio lavoro ne risentiva, e spesso anche il fatturato diminuiva anziché crescere. Non voglio fare la snob o lamentarmene facendo finta di essere spavalda della cosa, quello che dico lo penso e me lo ripeto da qualche anno.

Non è un’equazione che si può applicare a tutte le attività esistenti al mondo, ma posso dire che per il mio modello di business, per come sono fatta caratterialmente e per il mio progetto di vita e di lavoro, posso affermare che più (clienti/ore/lavoro) non vuol dire guadagnare di più. 

I miei progetti sono frammentati per tempo e attività, scomponibili in piccole azioni che spesso richiedono di tornare più volte sullo stesso file, sulla stessa pagina. Avere più progetti in contemporanea significa aumentare esponenzialmente il numero di revisioni da fare, le mail di comunicazione per le modifiche, e per quanto anche le revisioni possano essere conteggiate nel preventivo ed abbiano un costo a sé, il costo reale di passare da una revisione a un’altra per tanti clienti in contemporanea è incalcolabile. Anzi, lo posso calcolare in stress ed in opportunità rinunciate. 

Negli ultimi 2 anni ho detto molti no: alcuni erano convinti, alcuni erano espliciti, altri erano mascherati, ma oggi mi chiedo quanta possibilità c’era dietro a quei no detti per mancanza di tempo, per star dietro a progetti in essere a volte mal gestiti o mal richiesti.

2. Definire un mio modello di business (un modello da inventare)

Ho deciso da tempo che non voglio crescere aprendo una società o uno studio o un’agenzia, non aspiro a quel modello conosciuto di attività, almeno non ora nel 2024 e non credo nel futuro prossimo. Perciò essendo da sola e con un modello di partnership su singoli progetti, ho un’area limitata entro cui muovermi, e le ore sono sempre 24 per tutti. 

Non ho trovato il modello perfetto, sto continuando a provare, ad interrogarmi su come fare a crescere senza “allargarmi” come struttura, a capire cosa delegare soprattutto. Mi è difficile farlo, perché la mia attività è sempre cresciuta nel corso degli anni e non ho mai avuto il tempo vuoto per fermarmi a ragionare con calma e impostare lo sviluppo del business. 

Leggo sempre con interesse le modalità con cui si organizzano le persone attorno a me, studio, leggo e mi informo, ma non trovo una quadra. A volte questo è molto frustrante, ma sono convinta che esista un modello che possa funzionare al meglio per la mia idea di lavoro, spero di non trovarlo solo a ridosso della pensione.

3. Cosa è cambiato in questi 10 anni di partita iva

Non è stata solo un’evoluzione, ma sono stati cambiamenti importanti che hanno coinciso con cambiamenti di vita altrettanti forti. Ho cambiato colleghi, partnership, ho cambiato modi di comunicare, strumenti, postazioni di lavoro, computer, orari e giorni di lavoro.

Ma noi non siamo solo i nostri progetti, i loghi che ho fatto, i siti sviluppati: nel nostro lavoro siamo la persona che evolve con esso, e che intrinsecamente modifica il proprio modo di intenderlo, quando non lo fa anche fisicamente. È vero, la maggior parte dei miei servizi è la stessa di anni fa, anche se ho sempre aggiunto qualcosa di nuovo ed oggi voglio puntare più sui servizi nuovi che non su quelli di 10 anni fa, ma è cambiato fortemente il mio approccio al modo di lavorare.

Mi sono aperta al mondo ed in un mondo a me totalmente sconosciuto: non ho avuto vicino o tra i familiari stretti persone con cui confrontarmi che avessero un’attività in proprio, un’azienda o fossero liberi professionisti. Perciò è cambiato il perimetro del mondo che avevo quando mi sono buttata in questa scelta, e di conseguenza sono cambiata io nel modo di affrontare ciò che mi capitava; certo, ho fatto un grooooooosso lavoro su me stessa (proprio con tante “o”) che indubbiamente mi ha aiutato. A volte le persone mi dicono che sono cambiata, che non sono più la stessa di tempo fa; qualcuno mi ha anche detto che non mi riconosce più. Meno male, direi, era ora.

4. L’errore più importante che ho fatto

I fallimenti più brucianti sono 2. Parlo al plurale, perché ho fallito tante volte, tutte a testimonianza che ci ho provato. Ma in 2 casi sono stati fallimenti più dolorosi per me e li ricordo in modo molto vivido. Si tratta di 2 progetti incompiuti, in cui mi sono ritirata prima di portarli al termine della consegna finale. 

Per entrambe le volte non si è trattato di una mancata consegna, anzi, ho consegnato tutto quello che avevo fatto fino a quel momento (e anche senza farmi pagare), ma il fallimento è stato non essere riuscita a far scattare la fiducia nel mio lavoro. Non c’è stata connessione e stima da parte del cliente, il lavoro si è protratto a lungo e male, non sono riuscita a spiegare cosa stavo facendo ed il perché: sono arrivata a quel punto per cui ho alzato le mani e rimesso il lavoro al committente. Per me è la sconfitta più grande, ed anche se so che non potevo fare altrimenti (per tante ragioni) e che ho preso la decisione giusta in quel momento, questo lo considero un fallimento per il mio modo di lavorare. 

Che poi, la parola fallimento non mi è mai piaciuta: si tratta di errori, a cui provare a dare rimedio. Provare e non riuscire non mi sembra fallire, ma aver fatto tentativi per riprovarci la volta successiva. Però se uso la parola fallimento è più chiaro a tutti cosa intendo.

Cosa ne ho imparato? A seguire maggiormente l’istinto, a dichiarare (a me stessa) le red flag in fase di contatto iniziale ed eventualmente dire di no, a tutelarmi di più nei contratti.

5. Il progetto più bello

Non dirò qui quale è il progetto più bello che ho fatto: i progetti sono tutti figli miei. Ma sicuramente ci sono almeno tre o quattro progetti di cui vado più orgogliosa, e sono quelli in cui ho avuto dal cliente la massima fiducia e ascolto dei consigli che esprimevo. 

Non ho avuto completa carta bianca ma abbiamo costruito il progetto comunicativo insieme, ed il progetto ha toccato molti aspetti diversi della comunicazione e dei canali su cui è stato portato. Per uno di questi ho ricevuto anche la nomina come best website nella sua categoria da parte di un portale europeo, ed è avvenuto a distanza di anni dalla pubblicazione, ma non ho portato avanti la candidatura: è una di quelle vanity metrics in cui non credo e che non porta lo sviluppo desiderato al mio futuro lavorativo.

E comunque il mio progetto più bello è sempre il prossimo, quello che è ancora da pensare e progettare, perché l’entusiasmo iniziale è la miccia della bellezza di un progetto: magari sarà il tuo.

6. Una cosa che non mi piaceva fare (spoiler: e che non mi piace fare neanche 10 anni dopo)

Vendere i miei servizi. Posso dirlo? Non mi piace vendere, non sono a mio agio, potrei impararlo, potrei usare delle tecniche… ma no, non mi piace. Attenzione, non dico che non mi piace lavorare, o che non mi piace fare preventivi o emettere fatture, è che non mi piace compiere l’azione di vendita in cui bisogna convincere qualcuno a comprare qualcosa. Ci ho provato, a volte mi sono proposta in auto-candidatura: non ha mai funzionato per me. Neanche sui social spicco con CTA di vendita, inutile che mi ostini in qualcosa che non funziona per me. Credo più nel Branding che nelle vendite o nel marketing “puro”, ma per quest’ultimo gli sto dando una seconda possibilità.

Preferisco che le persone mi contattino perché sono loro a percepire di avere un bisogno che io posso soddisfare, una storia da raccontare visivamente, piuttosto che essere io a dire che qualcuno ne ha bisogno.

7. La cosa più difficile che ho fatto

Cambiare mindset. Inutile negarlo, io non avevo la testa da libera professionista, e neanche da una possibile imprenditrice. Quando ho fatto questa scelta non ho preso in considerazione tutte le variabili di questo stile di vita, mi sono proprio buttata allo sbaraglio. Non rinnego quello che ho scelto e che ho fatto, ma se devo tirare una riga ora che guardo indietro, posso dire che la più grande difficoltà sia stata affrontare me stessa: il mio carattere introverso, le mie ansie, la paura del giudizio, del rifiuto, di presentarsi e di proporre cose che avevo in testa. Questo per me è stato l’aspetto più difficile.

È stata una palestra, difficile e faticosa, che posso racchiudere appunto nella parola “mindset” perché ero io a porre dei limiti nei miei comportamenti e nel lavoro. Per me è andata bene così, ho seguito i miei tempi lenti e costruito una base per affrontare i prossimi 10 anni, ma sono certa che se alcune cose le avessi scoperte prima sarebbe stato un po’ più veloce e (forse) meno faticoso. Ma anche questo fa parte del mio cammino e ha formato la persona che sono oggi, quindi lo accetto con serenità.
Ma oggi condivido i miei fallimenti e tentativi a chiunque abbia voglia di iniziare ora un percorso lavorativo nella libera professione.

La seconda cosa più difficile che ho fatto è parlare in pubblico ad un’ampia platea (considero ampio qualunque gruppo di più di 10 persone): qui i corsi di public speaking c’erano, ne ho fatto anche uno per divertirmi e imparare qualcosa, ma non posso dire che sia la cosa che mi viene più facile o che faccio con piacere.

8. Cosa mi ha fatto crescere di più

Oppure potrei anche dirla così: se dividi il lavoro con qualcuno, il lavoro si moltiplica anziché frazionarsi, e questo va contro la legge matematica della divisione.

Lavorare con altre persone su progetti ampi, sia che siano progetti lavorativi, sia che siano progetti personali o di associazionismo, mi ha permesso di sperimentare sia competenze che da sola non possono essere messe in atto, sia idee e progetti in cui c’era terreno fertile per provare attività nuove da proporre tra i miei servizi.

Sto pensando alle attività che ho svolto negli scorsi 2/3 anni in nell’Associazione Rete al Femminile, che sono state una palestra di crescita enorme per me, sotto molti aspetti. Ma anche progetti personali, bandi di concorso a cui ho partecipato, altre attività associative e workshop, tutti lavori che spesso ho svolto con colleghi e colleghe, da cui sono nate collaborazioni a lungo termine o amicizie. Soprattutto da cui è nato uno scambio reciproco, un confronto di pensieri in cui ci siamo contaminati e che sono serviti come crescita personale e lavorativa.

Non essere da sola ma confrontarmi con altri mi ha permesso di superare limiti, o almeno provarci, diventare maggiormente fiduciosa e andare un po’ oltre il punto in cui sarei arrivata da sola.

9. La cosa che avrei fatto prima

Avrei voluto lavorare di più, e prima, sul mio business. Ho sempre dato la priorità ai clienti, ai loro progetti, mi rendo conto ora che questo mi ha fatto andare un po’ a tentoni con lo sviluppo dell’attività.

Non avevo la cultura di farmi aiutare e non c’è alcuna “scuola” o formazione che ti insegni cosa vuol dire aprire una partita iva. Oggi esiste qualcosa del genere, vedo tanti contenuti online e corsi con le basi per saper affrontare questa scelta. 

Ho fatto un corso di educazione finanziaria per freelance solo questo anno, verificando quanto sapevo (da esperienza diretta sulla mia pelle), e nel corso dell’ultimo anno ho fatto una consulenza di carriera e di business: queste cose, le avessi trovate e fatte prima, anche solo 5 anni fa, sarebbe stato meglio. Ma il lavoro si mischia con la vita, e 5 anni fa avevo decisamente altri pensieri nella mia vita.

10. Cosa vorrei fare per i prossimi 10+ anni

Questo è quello che vorrei fare: sentire le esigenze di un’azienda, un’associazione, un imprenditore o imprenditrice, un/a professionista, e creare un sistema di comunicazione che rispetti i valori, i desideri e porti quell’idea a presentarsi sul mercato nel migliore modo possibile. Con una visione strategica di comunicazione, nel rispetto di un budget (che può essere minimo o più ampio) e del tempo per raggiungere il risultato sperato.

Non offro formule magiche, non esistono nemmeno, e chiunque le spacci sta inquinando il mercato della comunicazione e dell’informazione.

Però esiste la progettualità, l’esperienza ed esistono i canali di comunicazione in cui veicolare un messaggio. Io voglio unire tutti questi puntini, non solo i miei, ma anche quelli di chi mi affida le proprie idee.

Le domande per un brand, un’azienda, un libero professionista

E se queste 10 domande se le facesse un brand, un’azienda, e non solo un libero professionista come me?

Tu come rispondi a queste domande? Se hai voglia di raccontarmelo scrivimi, ti leggo con piacere.

Ora però devo trovare un modo per finire questa storia. Ci hanno insegnato, abbiamo letto fin da bambini, che l’unico fine possibile è “vissero felici e contenti”. Ma l’unico mio modo possibile di far finire questa storia e quello di abbassare la testa e tornare a lavorare, con sempre più concentrazione, nuovi progetti da realizzare e ancora tanta passione, alzando lo sguardo ogni tanto a osservare il mare.

Le idee migliori mi sono sempre venute guardando le onde, tra il rumore del vento e la forma dei flutti, quando la brezza svuota la testa da tutti i pensieri superflui e riescono a nascere nuovi progetti.

L’estate per me è fermento di idee proprio per questo: la maggior parte rimangono nella mia testa e non vedranno mai la luce, ma qualcuna, quella più forte, più realizzabile, piano piano si radica nella mia mente e trova il tempo e la forza per farsi largo e darmi la voglia di metterla a terra e realizzarla. A volte ci vogliono mesi, a volte anni, ma quasi tutte le mie idee nascono qui.
Davanti al mare, quello della Calabria Ionica che sto guardando nel momento in cui finisco di scrivere queste parole.

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Ciao, sono Erica!

Mi occupo di consulenze di comunicazione di e realizzo i progetti visivi di cui hai bisogno per comunicare.
In questo blog racconto il mio sguardo sul mondo, gli stimoli grafici che osservo, parlo di comunicazione visiva, di strategie, libri, eventi di settore e a volte anche di aspetti più tecnici.

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