Indice
- Habemus A.I. Act: la prima regolamentazione sull’intelligenza artificiale
- L’AI per delegare scelte militari
- Abbiamo un problema con l’AI: si chiama diritto d’autore
- Torno quindi a chiedermi: cosa sto guardando?
- L’AI per delegare la propria reputazione
- Ma fa anche cose buone
- Domande, ancora domande sull’AI
Sono mesi che penso a cosa scrivere per questa seconda puntata sull’intelligenza artificiale, dopo la mia newsletter di settembre.
Nei mesi ho raccolto appunti, articoli e opinioni di professionisti, e in questo momento, domenica pomeriggio 14,50 del 17 marzo, a 4 giorni dall’invio, non so se ha senso che io scriva sull’AI.
La confusione mi è data dall’ascolto di un podcast, stamattina, che mi ha messo agitazione parlando di AI e creatività: opinioni condivisibili e condivise anche da me, ma la sensazione che mi è rimasta addosso è quanto abbia senso trovare un punto di vista originale su questo argomento.
Lo so, sono in una bolla: nel mondo della comunicazione si parla tantissimo di intelligenza artificiale, ne parlano tutti, sempre, in questa gara alle notizie più succose e nuove sull’argomento. E mentre ne parliamo sarà lanciata l’ennesima app, uscirà l’ennesimo video di applicazione strabiliante, e io mi sentirò ancora più travolta da una trasformazione troppo veloce per il mio modo di vivere.
Le notizie che avevo selezionato sono ormai vecchie… ma vecchie per chi?
Sono sicura che tutti sappiano di cosa sto parlando? Che tutti abbiamo provato qualche sistema che la usa? Che tutti abbiano capito cosa si può fare con queste bene(male)dette AI?
Tu, hai mai avuto a che fare con le AI?
Facciamo così: questa newsletter è dedicata a chi conosce poco, lateralmente, o non ha mai sentito parlare dell’intelligenza artificiale applicata negli ultimi 12 mesi. A chi è curioso di scoprire qualcosa che vada oltre alla generazione di testo con chatGPT per il prossimo post sui social.
E a chi vuole un confronto sul tema e conoscerne il mio pensiero: del resto questa newsletter si chiama “Pensieri grafici” non a caso.
Per tutti gli altri, potete interrompere qui la lettura e ci vediamo prossimamente su questi schermi, con la prossima newsletter.
– Intervallo —
È domenica pomeriggio, l’ultima domenica di un inverno infinito che ho patito tantissimo. Le finestre sono aperte, la primavera sta arrivando e si sentono i cinguettii fuori dalla finestra, i rumori delle case che si riassettano dopo il pranzo domenicale, qualche vociare allegro: entro stasera io ho una casa da pulire, un libro da leggere, una pizza e un crumble da preparare, stirare una pila di panni ascoltando Indagini, scrivere questa newsletter per sperare di finirla entro l’equinozio di Primavera ed uscire puntualmente secondo un calendario editoriale che io stessa ho creato.
È palese che non riuscirò a fare tutto quello che avevo previsto, del resto non sono un’intelligenza artificiale che realizza un testo in un minuto. Anche se potrei far scrivere a lei questa newsletter (sì, l’AI per me è declinata al femminile) ma ho deciso di rivendicare la mia lentezza umana ed il mio punto di vista, e anche la possibilità di scelta a cosa dare priorità nella vita, in questa domenica.
Mentre ascoltavo il podcast di prima, stavo sorseggiando un tè agli agrumi (il mio preferito), sgranocchiando mandorle e girando i bastoncini del diffusore che ho sul tavolo da pranzo: la fragranza della zagara di Taormina ha invaso le narici in modo così delicato e inebriante che ho pensato che finché l’AI non riuscirà a riprodurre queste sensazioni sono salva. La nostra vita è salva, lo è il nostro lavoro.
Ma prima di continuare a riordinare le idee su cosa scrivere ho bisogno di una pausa: vado a impastare la pizza per stasera e poi forse torno qui.
Arrivare alla fine di questa newsletter è una scommessa, più di un obiettivo.
— Fine Intervallo —
Ripartiamo da qui, da una definizione di cosa è l’AI generativa: Annamaria Testa in una bellissima puntata di questo podcast, mentre parla di creatività e del suo libro che ho in questo momento sul comodino (e quello in lettura citato prima), durante l’intervista tocca l’argomento delle intelligenze artificiali, e le definisce così:
“La capacità di processare e di integrare in maniera velocissima una quantità di dati che vengono presi dall’esterno, etichettati (si spera in modo non arbitrario), e infilati nel sistema che li processa secondo schemi che sono stati decisi dai programmatori. Questi schemi sono così complicati, cioè gli strati neurali che elaborano le informazioni sono talmente tanti e interagiscono in maniere così complesse che ormai sfuggono agli stessi ingegneri che li hanno progettati.”
C’è da rimanere un po’ sconcertati, perché alla fine non sappiamo e non siamo in grado di capire perché una macchina ci abbia dato quel risultato. Per una che vorrebbe tenere il più possibile le cose sotto controllo, si apre uno scenario di difficile lettura e senza confini.
Ma c’è qualcuno che sta cercando di porre qualche confine in più, l’Europa.
Habemus A.I. Act: la prima regolamentazione sull’intelligenza artificiale
L’Europa ha emesso il primo regolamento al mondo sull’intelligenza artificiale. Il Regolamento entrerà in vigore tra 2 anni, e tanto per cambiare, impatterà anche sui documenti legali dei siti web. Sarà un’altra cosa su cui mi sentirò travolta, come per la GDPR? Questa volta no: da anni ho deciso di avere un supporto legale plurimo per me e i miei clienti, un’avvocata di Torino con cui posso confrontarmi ed un tool online che è un gruppo di avvocati e sviluppatori improntato sull’assistenza agli strumenti per la messa a norma dei siti web: proprio Legalblink ha appena pubblicato una guida sul Regolamento appena approvato, un utile punto di partenza per orientarsi.
Da quello che leggo, i principi etici su cui si basa mi sembrano tutti molto validi, quando passo alla sezione “a chi si applica il regolamento” rimango un po’ perplessa (o forse la mia ingenuità emerge in tutto il suo splendore) alla lettura che l’AI Act NON si applica a sistemi realizzati per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale: questi sistemi rimangono di competenza degli Stati membri.
L’AI per delegare scelte militari
Si tratta di delegare una scelta anche in questo caso: noi deleghiamo la nostra sicurezza alle forze armate che garantiscono la sicurezza dello stato, che la può delegare alle Intelligenze artificiali, di cui però non capiamo come prendano le decisioni.
Da quando mi sono interessata a questi argomenti leggo le newsletter e seguo diversi podcast a tema, e ascoltandone alcuni ho ad esempio scoperto che l’AI è servita ad individuare delle mete per gli attacchi di guerra, in modo assolutamente artificiale, senza valutazioni umane sulla presenza di civili.
Le Forze di Difesa Israeliane hanno infatti implementato una piattaforma di creazione di obiettivi da attaccare basata sull’intelligenza artificiale chiamata “The Gospel” (il Vangelo): sembra che il sistema si basi sull’enorme database creato negli ultimi anni dalle divisioni di intelligence israeliane, tramite la raccolta, senza consenso, dei dati personali e biometrici dei palestinesi. In estrema sintesi, Vangelo analizza questi dati e li traduce in obiettivi da attaccare. Il problema è che non si sa quali altri dati vengano dati in pasto al sistema per fargli scegliere cosa sia o meno da considerare un obiettivo attaccabile.
Curiosa la scelta del nome: non ho letto il Vangelo, ma da quello che ho sentito non mi sembra dicesse questo. Mi sarò sbagliata, ma potrei sempre chiedere a ChatGTP di farmi un riassunto.
Nel frattempo, in Francia si stanno preparando le prossime Olimpiadi estive. Ma la Francia a marzo 2023 ha varato una legge speciale che introduce misure estreme per la previsione del crimine: ricordi Minority Report con Tom Cruise? Era il 2002 e Steven Spielberg ci dava un assaggio di quello che potremmo effettivamente vedere ora (e Tom ci faceva intuire i successivi al botteghino di Mission Impossible, riguardando l’americanata corri-corri-salta che è quel trailer).
Si tratta di monitoraggio in ogni spazio pubblico: ogni azione compiuta in questo spazio verrà inserita all’interno di una rete di infrastrutture di sorveglianza, col rischio di minare le libertà civili.
I principi di questa legge speciale potrebbero contraddire lo stesso AI Act appena varato dall’Europa. Le Olimpiadi della sorveglianza stanno per iniziare.
Abbiamo un problema con l’AI: si chiama diritto d’autore
A fine dicembre il NY Times ha fatto causa a OpenAI, la società a cui fa capo ChatGPT, e Microsoft per violazione del diritto di autore, poiché i suoi articoli sono stati usati per addestrare chatbot che vengono interrogati come fonte di informazioni.
Il problema sta proprio qui, cioè con quali dati, e di chi sono, con cui sono state addestrate le intelligenze artificiali generative: la stessa OpenAI ha affermato di non poter addestrare modelli linguistici di grandi dimensioni come il suo modello GPT-4 – la tecnologia dietro ChatGPT – senza accesso a opere protette da copyright.
“Poiché il copyright oggi copre praticamente ogni tipo di espressione umana – inclusi post di blog, fotografie, post di forum, frammenti di codice software e documenti governativi – sarebbe impossibile addestrare i principali modelli di intelligenza artificiale di oggi senza utilizzare materiali protetti da copyright“, ha affermato OpenAI.
Mi verrebbe da dire viva la sincerità.
Ma cosa si può fare ora? Ci stanno provando, a disorientare questi meccanismi, ad esempio per gli illustratori ed i fornitori di immagini è stato sviluppato un sistema che confonde l’AI e le impedisce di violare il copyright delle immagini: potenzialmente Nightshade può rivelarsi uno strumento utile per milioni di professionisti in tutto il mondo.
Torno quindi a chiedermi: cosa sto guardando?
Nella mia bolla, quella della comunicazione visiva, è un fiorire unico di immagini realizzate con l’intelligenza artificiale: immagini per social network, accompagnamento agli articoli sui siti, presentazioni, ora anche video.
L’AI sta sostituendo ad esempio le immagini stock (quelle che vengono utilizzate per la maggior parte delle pubblicità che vedete in giro, quando non si ha abbastanza budget da organizzare uno shooting fotografico ad hoc): gli scatti sono realizzati rapidamente con l’intelligenza artificiale, ed in pochissimo tempo si ha un’immagine a disposizione che potrà essere pubblicata a supporto della comunicazione visiva.
Cosa trasmette quell’immagine non interessa: ha fatto risparmiare tempo e denaro.
Nel 2024 principalmente è questo il ragionamento che viene fatto per la generazione di un prodotto comunicativo visivo, quando non si ha budget, progetto, strategia, risorse in genere all’interno delle proprie attività comunicative. Ma queste immagini spesso (quasi sempre) mancano di realtà, profondità e originalità.
E questo che si vuol far passare? Un’immagine che potrebbe trasmettere un messaggio, un significato, può danneggiare la qualità e la fiducia dei contenuti e del suo autore, anche solo nella singola pubblicazione di un post. Questo articolo suggerisce 5 cliché sull’AI a cui dovremmo stare attenti.
La mia domanda è se ha senso usare l’AI generativa in questo modo, se il risparmio di tempo potrà creare un reale vantaggio (professionale, competitivo, economico, personale, …) in futuro.
L’AI per delegare la propria reputazione
Forse alla fine il problema è sempre lo stesso: delegare.
E quando si decide di delegare troppo, forse si delega anche la propria reputazione: si sta cominciando a vedere e a parlare di come l’antropomorfismo dei chatbot ha un’influenza negativa sulla soddisfazione del cliente e sulle successive intenzioni di acquisto.
Barzellette spinte, risposte offensive, ma anche offerte commerciali inventate e persino truffe a danno dei clienti: il caso air-Canada ci mostra come un chatbot per gestire la relazione con i clienti si sia inventa una risposta ad un utente (ha proposto un’offerta inesistente), che poi ha fatto causa alla compagnia aerea, vincendola con pochi spicci per il cliente, ma con grossi danni reputazionali all’azienda stessa.
Provate a pensarci: ogni volta che avete usato una chat per chiedere assistenza ad un problema di acquisto, post-vendita, servizio che non funziona. Qual è stata la vostra esperienza? A volte i chatbot vengono inseriti nelle prime fasi per smistare le domande e fornire le risposte, prima di riuscire a chattare con un operatore. Io ricordo la frustrazione di domande irrisolte, spesso motore d’azione per cercare un altro fornitore del servizio/prodotto.
Anche in questo caso, la potenza è nulla senza controllo.
Ma fa anche cose buone
Più mi addentro in questo tema, più mi sembra di scoprire notizie minacciose, se non negative (perché in questo caso sto già inserendo un giudizio personale) sull’intelligenza artificiale.
Da un lato sono affascinata dalla potenzialità espressiva e dalle applicazioni che stanno uscendo: ormai ne esistono migliaia, ogni giorno leggo dell’app XX che fa YY, in modo sorprendente. Cose anche bellissime e molto utili, e sono convinta che in ambito sanitario possa accelerare i tempi per la ricerca di soluzioni a malattie fatali o molto debilitanti.
Dall’altro lato ho l’udito teso che si attiva ogni volta che sento come l’AI sta interagendo con i sistemi di assicurazione sanitaria, o leggo tutte le notizie che vi ho citato sopra.
Tra le persone che seguo con maggiore interesse su questi argomenti c’è Mariella Borghi, LinedIn Top Voice sui temi dell’intelligenza artificiale e sulle sue applicazioni, pratiche ed etiche: mi sembra avere uno sguardo oggettivo, sicuramente molto preparato, e riesco a scorgere tra le sue parole un significato positivo che non si lascia travolgere dai facili entusiasmi che leggo altrove.
Domande, ancora domande sull’AI
Dopo questa lunghissima newsletter credo che la domanda che potremmo farci è questa: cosa vogliamo delegare all’intelligenza artificiale? Cosa vogliamo lasciarle fare, a cosa siamo disposti a rinunciare? E ancora, per quale motivo: risparmiare tempo? Soldi?
Da quello che ho letto l’intelligenza artificiale potrebbe toglierci anche la vita con estrema facilità; e allora siamo disposti come umanità a lasciare in mano alle macchine questo potere? Siamo disposti a delegare le scelte etiche?
In modo abbastanza naturale mi sono resa conto che in questi mesi ho preso una decisione: la decisione di non usare l’intelligenza artificiale per la creazione di testi e per la creazione di immagini. Non è stata una scelta consapevole, me ne sono resa conto mentre scrivevo la newsletter, ma dopo i primi esperimenti qualcosa non mi tornava, e adesso a distanza di un anno mi sono accorta di aver di aver fatto questa scelta. Ma sono pronta a cambiare idea in qualunque momento, continuando a leggere e a scoprire applicazioni nuove, magari più etiche, da usare.
So che sembra una presa di posizione, ma non lo è e non lo vuole essere: ho utilizzato e utilizzerò l’intelligenza artificiale, come tutti noi in futuro, fino ad oggi facendo piccoli esperimenti all’interno di software, e in due piccolissimi casi anche per lavoro (il testo di un pulsante per un sito, lo sfondo riempitivo per un’immagine troppo stretta).
Credo che per me sarà più facile integrarla nei processi di gestione del lavoro, forse nelle fasi di analisi, o magari nelle fasi di calcolo e di incrocio di dati: mi immagino che un domani un sito web possa essere creato a partire da un prompt, esiste già questa possibilità e ci sono diverse applicazioni che lo fanno, ma ancora secondo me non sono ottimizzate per i risultati che può creare un essere umano. O almeno non per i risultati che voglio ottenere io.
Forse in questo momento della mia vita lavorativa do particolarmente importanza alla scelta e all’uso delle parole, al significato che vogliono trasmettere, al racconto che ne voglio fare. E per questo mi sento in difficoltà a delegare un aspetto così delicato ad un’intelligenza che non è la mia (di nuovo la questione del controllo).
Per le immagini il discorso è ancora diverso, perché nel momento in cui penso un progetto ho esattamente in mente come voglio che appaia, e questo risultato non riesco a ottenerlo facendo generare immagini ad un’intelligenza artificiale.
Questa cosa non mi sento di delegarla, la decisione finale di come può essere e come può apparire un manufatto comunicativo lasciando libera di interpretazione all’AI.
Se l’intelligenza artificiale mi toglie il pensiero, mi toglie la creatività, mi toglie le connessioni che generano un progetto e non considerano la storia che ho vissuto, cosa resterà di me? Se mi toglie il pensiero che sta dietro ad un progetto, io cosa faccio?
Perciò, per il momento, preferisco divertirmi con l’intelligenza umana.
p.s. alla fine domenica pomeriggio mi sono fermata nella scrittura della newsletter: ho impastato la pizza, fatto il crumble, pulito casa, letto un libro. Ma non ho né finito le newsletter né stirato. L’ho ripresa domenica notte, e poi lunedì, e poi ci ho dedicato tutta la mattina di martedì. Direi che comunque posso ritenermi soddisfatta della mia domenica umana.
p.p.s: ho finito di scrivere, mi sono allontanata con la sedia dalla scrivania e l’immagine sopra è ciò che ho visto. L’AI non avrebbe mai riprodotto il caos sul mio tavolo, non ci sarebbe riuscita neanche lei. Perciò se rivendico l’umanità di questa newsletter, rivendico anche il mio caos creativo e l’ambiente che l’ha creato.


