dal blog PENSIERI GRAFICI

Creatività, illustrazione e intelligenza artificiale. Dialogo con l’illustratore Roberto Blefari – Hikimi

4) Creatività, illustrazione e intelligenza artificiale. Dialogo e immagine Roberto Blefari - Hikimi

9 domande in un long-form in cui ho intervistato l’illustratore Hikimi sull’uso dell’intelligenza artificiale nel campo della creatività.

4) Creatività, illustrazione e intelligenza artificiale. Dialogo e immagine Roberto Blefari - Hikimi
9 domande in un long-form in cui ho intervistato l’illustratore Hikimi sull’uso dell’intelligenza artificiale nel campo della creatività.

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Questo non è un classico articolo di blog, e non è neanche un’intervista canonica fatta di domande e risposte (anche se di domande ce ne siamo fatte tante e abbiamo provato a trovare alcune delle tante risposte possibili): questa è una chiacchierata tra due professionisti che lavorano con la creatività a proposito dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Speriamo che il nostro dialogo, frutto delle nostre personali esperienze, possa essere spunto per qualche riflessione interessante!

Nel mio lavoro ho la fortuna di interfacciarmi ogni giorno con numerosi professionisti della creatività che arricchiscono con la loro visione e le loro competenze il mondo della comunicazione in cui mi muovo. Roberto Blefari è uno di questi. Con lo pseudonimo Hikimi, lavora come illustratore freelance per portare, così come dichiara sul suo sito, “stories to life through illustration, smiles, and design”. Nel mio viaggio alla scoperta dell’intelligenza artificiale [ne ho scritto approfonditamente in alcune newsletter che trovi sul mio sito] ho pensato di intervistarlo per capire cosa ne pensa un illustratore.

Indice delle domande

Fin dal momento in cui è stata annunciata e ho visto i primi risultati, ho iniziato a fare tantissime riflessioni sull’Intelligenza Artificiale. Seguivo già quello che era Google Labs qualche anno fa, con i suoi esperimenti per riconoscere il tratto e, in base al tratto, restituire un risultato tratto da una libreria un’immagine. L’apprendimento delle macchine era una cosa che mi affascinava, non sono mai stato contro questo tipo di ricerca o contro il progresso.

Se in un primo momento ero disponibile ad accogliere il cambiamento, quando ho iniziato a vedere l’impatto sul mio lavoro, ho iniziato a preoccuparmi della velocità a cui stava avvenendo questo cambiamento.

Dovendo dare un giudizio da professionista di questo settore, reputo che i risultati che sono stati raggiunti non siano ancora di alta qualità e sempre spendibili. Se parliamo di un’immagine one shot, che sia una copertina, un poster per un film, per un evento o un’immagine per una campagna sui social, ci può stare e penso che a livello medio possa funzionare. Ma se parliamo di lavori più complessi, immagini che abbiano una serialità – io, ad esempio, lavoro tanto con l’editoria – la consistenza e la coerenza delle immagini prodotte con l’Intelligenza Artificiale si perde.

Direi proprio di sì, per ora. Ovviamente la cosa evolve molto in fretta, per cui hanno iniziato a implementare anche questa carenza. Però, ad esempio, ho visto esperimenti di libri per bambini in cui si è dovuto adattare a posteriori il testo, perché le illustrazioni create con l’AI non riuscivano a mantenere la consistenza del personaggio nel corso della storia e ottenere così un risultato coerente per il prodotto editoriale.

Esatto. Questa è una cosa interessante, perché mette in luce quali siano i limiti di un’operazione come questa. Però, anche in questo settore le cose stanno evolvendo molto in fretta e in alcuni contratti, soprattutto americani, vengono già inserite delle clausole per cui l’editore ha diritto di manipolare le immagini create dall’illustratore per usarle come base con l’Intelligenza Artificiale per futuri libri. Non penso sia fattibile da un punto di vista tecnologico al momento, ma è una prospettiva a cui stanno già pensando.

Fa un po’ paura messa in questi termini, ma è così. D’altronde, anche nell’editoria italiana si è già visto un caso in cui le copertine di una collana di classici sono state rifatte con Intelligenza Artificiale. Da un punto di vista formale hanno degli errori di composizione, di dettagli, ma lo vediamo probabilmente solo noi addetti ai lavori. Come resa generale, però, è qualcosa che può funzionare per un pubblico medio che non ha un occhio esperto per valutare queste cose. Poi si è aperto anche tutto il discorso relativo al diritto d’autore: tu puoi generare le immagini con l’Intelligenza Artificiale e inserirle sul libro, ma questo è un oggetto che viene venduto; quindi, come si tratta la questione di diritti d’uso di quelle immagini da quel momento in poi?

Personalmente sono preoccupato. Sto leggendo molti articoli che approfondiscono l’argomento e, per fortuna, ci sono colossi che si stanno muovendo e stanno creando dei precedenti per tutelarsi, come ad esempio il New York Times e altri. Ma oggi, a livello pratico, non so cosa si potrebbe fare, non ho ancora trovato soluzioni certe.

Questo potrebbe essere un modo interessante di proteggere le proprie immagini, perché da un punto di vista pratico impedisce la copia fedele dell’immagine. Rimane comunque il problema della scarsa consapevolezza intorno a questo argomento: da un punto di vista culturale, sembra sempre più “normale” appropriarsi di immagini altrui senza porsi troppe domande. Non solo da parte delle aziende, ma anche a livello privato, perché ormai tutti hanno accesso a queste tecnologie, per cui è facile trovare un’immagine, scaricarla e pensare che sia nostra.

Esatto. Questo, secondo me, è uno degli aspetti più problematici perché più difficile da tenere sotto controllo, aldilà degli strumenti e delle legislazioni in materia.

Ho trovato che stia facendo qualcosa di interessante sotto questo punto di vista, il collettivo Egair “European Guild for Artificial Intelligence Regulation”, un gruppo indipendente di autori, illustratori, designer che sta portando avanti una discussione con la Commissione Europea. L’obiettivo è cercare di portare alla luce delle regolamentazioni chiare sull’utilizzo delle immagini, su ciò che si può fare utilizzando l’Intelligenza Artificiale con le immagini altrui e, di conseguenza, sul loro diritto d’autore. È sicuramente un approccio che necessita di tempo ma, dal momento che sarà necessaria una regolamentazione a livello europeo, è una strada importante da intraprendere. Ovviamente la tecnologia e più veloce della legislazione e sarà importante capire come si troverà una quadra tra questi due aspetti.

Ad esempio, recentemente c’è stata un’evoluzione di Midjourney che, oltre ad essere diventato velocissimo perché ormai genera prompt e immagini in frazioni di secondo, nella parte di informazioni comunica i nomi degli stili e degli autori, quindi le fonti.

I social stessi hanno ingigantito e accelerato tantissimo questo tipo di problemi. Abbiamo sempre preso ispirazione da altri, però rielaborando quello che vedevamo e leggevamo: identificavamo dei modelli che funzionavano e li applicavamo al nostro scopo attraverso un’elaborazione personale. Adesso, con la diffusione dei trend sui social – pensiamo a quelli di TikTok – si replicano esattamente le stesse cose.

Sì, ed è un problema che va oltre l’Intelligenza Artificiale, ma che riguarda la creatività in generale. Ogni tanto penso se valga ancora la pena inventare qualcosa di nuovo, se poi tanto verrà copiata.

Da sette anni seguo gli studenti di illustrazione al terzo anno dello IED e in questo lasso di tempo ho visto un’evoluzione nel processo creativo che è molto diverso rispetto a quello che mi è stato insegnato e che sta convergendo sempre di più verso l’appiattimento. Per loro fare ricerca è aprire Pinterest, ma aprendo Pinterest tu vedi delle immagini precostruite e ti fai molto influenzare. Non c’è più l’idea di quello che andrai a rappresentare, ma uno stile. E questo, secondo me, spiana la strada all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, perché ti alleni a riconoscere qualcosa che funziona visivamente, ma non a capire perché funziona o come arrivare in modo indipendente a quell’idea.

Ho provato a farglielo fare, ma non sanno come muoversi, dove reperire le fonti, dove andare a cercare e cosa cercare. Mi sento un po’ boomer a dirlo, ma ricordo quando facevamo le escursioni in librerie specializzate e sfogliavamo ciò che ci incuriosiva. E poi, soprattutto, lavoravamo sui concetti a partire dall’associazioni di idee. Fare brainstorming, fare mappe mentali, è una cosa che vedo sempre meno, perché è proprio difficile per queste nuove generazioni concentrarsi su questo tipo di lavoro.

Da una parte si sta aprendo la strada a questo nuovo modo di lavorare che, volenti o nolenti, sarà il futuro, con le Intelligenze Artificiali a permeare il lavoro creativo. D’altra parte, noi che lavoriamo ancora alla “vecchia maniera” rappresentiamo ancora un valore aggiunto, perché indipendentemente da come realizziamo quella immagine, c’è un ragionamento solido dietro c’è un’idea, c’è quel valore aggiunto che probabilmente ci rende ancora indispensabili in una certa catena di lavoro. Per ora.

Ho provato a sperimentare con Midjourney e Dall-e3 giusto per togliermi la curiosità, con richieste molto libere. E il risultato non mi ha soddisfatto.

Assolutamente, ho avuto la stessa sensazione. Dopo tanti anni di lavoro, so esattamente cosa voglio ottenere quando perseguo un’idea e non ho mai trovato una corrispondenza. Per cui da questo punto di vista non l’ho trovata utile. Forse può essere utile per un Art Director nel momento in cui commissiona un lavoro, per provare a capire se ci sono determinate strade che possono funzionare o meno.

Ho fatto un po’ di esperimenti, ma non ho mai utilizzato i risultati. Ho provato a buttare in pasto dei brief che ricevevo, dopo aver fatto il lavoro per non farmi influenzare, così come non uso Pinterest (lo uso per fare ricerche, ma nello specifico rispetto alle richieste di un progetto). Quindi ho provato a posteriori a vedere cosa usciva fuori e, su alcune cose, il risultato concettuale era vicino.

Però, a me piace troppo fare quello che è il mio lavoro, per cui non riuscirei mai a delegarlo. Tutti prendiamo ispirazione, è vero, ma siamo persone che sono immerse in un certo tipo di società, con un certo tipo di cultura, con un certo tipo di vissuto, per cui, anche se io prendo spunto da altri, prendo spunto in relazione alla mia vita e alla mia esperienza, in risposta alla richiesta che mi viene fatta. Questo tipo di tecnologia, invece, appiattisce tutto perché prende quello che elabora solo quello che già esiste. Ma è proprio il contrario di quello che mi piace del mio lavoro: fare dei collegamenti, unire i puntini di una storia e dare forma a quel racconto attraverso la mia idea.

Dal lato visivo non la uso, mentre mi capita di usarla dal lato testuale. Ho provato a fare degli esperimenti con Chatgpt e trovo possa essere interessante soprattutto per freelance che lavorano da soli, per poter avere un “compagno” di brainstorming. Però, anche in questo caso, ho trovato le sue proposte molto piatte e banali. Per cui la uso come esperienza, della serie vediamo cosa viene fuori, ma poi comunque passo sempre alla mia modalità tradizionale di lavoro. Lo trovo molto comodo per fare i riassunti, anche se poi li rielaboro sempre, ad esempio, dandogli un compito come “prendi la newsletter e fanne un riassunto per un post”. E lo trovo molto utile per la lingua inglese, lavorando con il mercato straniero. Uso Grammarly che è comoda per trovare sfumature e sintassi più vicine a una persona madrelingua.
Ho iniziato a vedere un po’ Photoshop e Illustrator beta, ma trovo che ci sia ancora da lavorare tantissimo per avere dei risultati utili. Ci sono magari delle funzioni specifiche che possono essere utili. Ad esempio, in Illustrator per chi ha poca esperienza nella parte di colorazione, si può chiedere di colorare con delle determinate caratteristiche o utilizzando delle palette ispirate alla storia dell’arte.

Sicuramente ci sono dei modi per farlo capire, in base alla persona che si ha davanti.

Ti faccio questo esempio che faccio anche agli studenti allo IED: io negli anni ho sempre usato come tester delle mie idee, dei miei progetti, le persone che non conoscevano il mio lavoro e che non sono del mio settore, per cui ho sempre detto che le mie miglior art director sono sempre state mia madre o mia nonna. Se mia nonna, con un vissuto totalmente lontano e diverso dal mio, riesce a capire quella cosa, vuol dire che quell’idea funziona.

Quindi, un modo può essere far vedere cosa riesci a creare rispetto a quello che ti viene chiesto, affidarsi al prodotto finito e far sì che si evinca lo sforzo intellettuale di aver dato una risposta alla richiesta che sia comprensibile.

Tutti possono prendere in mano una matita e fare uno scarabocchio e, in futuro, tutti potranno usare l’Intelligenza Artificiale per trarne un’immagine. Ma dove sta la differenza tra queste azioni e un lavoro creativo? Da un lato c’è un atto puramente generativo, dall’altro la capacità di dare una risposta.

Esatto! Per spiegare meglio il valore del nostro lavoro, dovremo far capire che noi siamo in grado di dare delle risposte alle richieste che ci vengono fatte. Risposte che funzionano.

Lo penso anche io!

Ultimamente sto provando, nel mio piccolo sui social, a mostrare quello che c’è dietro il mio lavoro. Non tanto per farti vedere come faccio io una cosa, ma per farti capire che io ci ho ragionato su quella cosa e non è solo un esercizio di ego o di stile.

Avere le idee e saperle realizzare sono due cose diverse, che la gente spesso confonde. Il mio lavoro vero è avere le idee. Poi, grazie alle mie capacità tecniche, gli do una forma concreta. La borsa di studio allo IED l’ho vinta grazie a un concept, non per il logo che chiedevano di fare.

Penso che questa sia la nostra forza rispetto alle nuove tecnologie. Il mio lavoro riguarda le idee, se poi io le trasformo in vettoriale o le realizzo con gli acquerelli, non è la cosa importante: se funziona, funziona perché dietro c’è un’idea solida. E, quindi, nel mio piccolo sto provando a farlo vedere, a sensibilizzare il mio pubblico per fargli capire cosa sta dietro al mio lavoro.

Questo è quello che spero: un’AI applicata agli strumenti più che alle idee e alla parte creativa.
In futuro l’illustrazione diventerà sempre di più una commodity e probabilmente lavoreranno solo le persone che hanno veramente un valore aggiunto. In questo modo non saranno sostituibili, mentre il lavoro di tutti gli altri verrà appaltato all’Intelligenza Artificiale.

Proprio così. Con altri creativi ci siamo spesso detti, commentando l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, che ad essere rivoluzionato nel concreto sarebbe stato soprattutto l’ambito delle stock images. Se l’AI ci “sottrae” i progetti con budget zero, mentre allochiamo le risorse su altro, allora ben venga. Il problema nasce quando vengono a mancare le risorse per i progetti creativi o, comunque, diventano sempre più risicate.

Che l’Intelligenza Artificiale non ha il gusto. Tu hai a disposizione uno strumento con cui puoi fare tutto, ma che non ti può insegnare il buon gusto. Per cui secondo me, tra tutte le nostre conoscenze a livello professionale quella è ancora la cosa che può fare la differenza.

È una cosa più difficile da spiegare che da mettere in pratica. Ti faccio un esempio: è capitato che qualcuno venisse a trovarmi a casa e mi dicesse “sembra di entrare in una tua illustrazione!”. Questo perché probabilmente quello che traspare nell’insieme è il mio gusto, la mia estetica, la mia personalità, un modo di mettere insieme le cose secondo una coerenza personale.

È quella cosa che fa sì che chi osserva percepisca la differenza tra un prodotto che vale o non vale. È un po’ come nella composizione quando c’è qualcosa che stona: il tuo occhio va lì, non sai perché, ma percepisci che non funziona. Quello che ora dobbiamo fare, come creativi, è far capire il nostro valore aggiunto, la nostra capacità di fare la differenza.

Io spero che possa evolvere e migliorare. Probabilmente dovrà rispondere all’esigenza di non appiattirsi in risposta all’appiattimento generale, che probabilmente ci sarà. Dovrà trovare nuovi modi di parlare alle persone e di essere interessante. Sicuramente ci sarà sempre più diffidenza verso il digitale e, quindi, un ritorno a quelle che sono dei linguaggi più analogici. La cosa su cui bisognerà insistere però, a quel punto, è il valore di quello che c’è dietro: trovi bellissimo queste questo poster fatto a mano con gouache e tempera, ma sei disposto a pagarmi il tempo che ci ho messo a realizzarlo?

Purtroppo, negli ultimi anni c’è stata una sovrapposizione tra arte, arte applicata e comunicazione che ha creato un corto circuito.

Sicuramente più vicino al mondo del design, sia per formazione ma anche per vocazione. Da un punto di vista di ragionamento, di concetto, di gusto personale, di ispirazione posso sentirmi vicino a un certo modo del mondo dell’arte. Ma il mio fine ultimo non è farti riflettere come fa l’arte, il mio fine è rispondere a delle domande, come fa un designer. Il mio obiettivo primario è far comprendere quello che sto raccontando e farlo arrivare a più persone possibili.

Ci ruberà una parte del lavoro, come dicevamo prima, tutti quei progetti a basso budget, tutte quelle cose in cui il cliente probabilmente non investirebbe più soldi saranno i primi ad andar via, e ben venga. Mi chiedo spesso se sarò capace di comunicare il mio valore aggiunto per far sì di non perdere anche il resto.

Il mio timore è che gran parte della progettazione visiva sarà delegata a questo tipo di strumenti e alle persone che sapranno padroneggiare questi strumenti. Se così fosse, io non vorrei far parte di quel mondo della creatività, nel senso che non mi interessa. E non è una presa di posizione di chi non vuole accettare il progresso, semplicemente non mi piace questa modalità.

So che magari suona un po’ pessimista come visione, ma proviene da un periodo di ragionamenti su come potrebbero cambiare il mio lavoro e la mia carriera. Ci sono davvero tante variabili che al momento non riesco a ipotizzare, ad esempio, come evolverà la legislazione, quanto velocemente migliorerà la resa dell’Intelligenza Artificiale, per cosa verrà utilizzata in futuro… Per cui, se me lo chiedi oggi, ti direi che non riesco a guardare a un orizzonte temporale molto lontano per ciò che riguarda il mio lavoro. Vedremo come andrà strada facendo.


Al termine di questa chiacchierata, che si è svolta nel mio studio nella primavera 2024, le riflessioni che sono emerse mi sono rimaste in testa per un po’ di tempo, e tuttora torno a pensarci ogni volta che vedo l’annuncio di una nuova app di Intelligenza Artificiale Generativa.

Credo che queste domande abbiano solo risposte aperte, a cui è difficile mettere un punto che possa durare più di qualche giorno.

Ringrazio tantissimo Roberto per aver dato voce ai suoi pensieri e instaurato un dialogo onesto sull’intelligenza artificiale, senza difficolta a esprimere dubbi aperti. Non è facile trovare spazi in cui avere un confronto, quando siamo di fronte ad una rivoluzione tecnologica come questa.

Starà a noi creativi, professionisti e lavoratori mantenere alta l’attenzione sugli sviluppi di questa rivoluzione tecnologica, e cercare di cavalcarla, o quanto meno integrarla, nella nostra professionalità e nelle risposte che forniamo con i nostri lavori.

E tu, come avresti risposto a queste domande? Scrivimi e dammi la tua opinione, proviamo ad aprire un confronto sul tema creatività e intelligenza artificiale.

[L’editing di questo articolo è stato realizzato da Stefania Bonino – Parole per il web che ringrazio sempre con piacere per gli spunti, la cura ed il confronto continuo con cui lavoriamo]

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Ciao, sono Erica!

Mi occupo di consulenze di comunicazione di e realizzo i progetti visivi di cui hai bisogno per comunicare.
In questo blog racconto il mio sguardo sul mondo, gli stimoli grafici che osservo, parlo di comunicazione visiva, di strategie, libri, eventi di settore e a volte anche di aspetti più tecnici.