dal blog PENSIERI GRAFICI

AI e comunicazione nel 2026: pensieri controcorrente tra contenuti autentici, Project Management e tempi umani

Pensieri Grafici newsletter AI comunicazione 2026 autenticità_Erica Bortolussi

Inverno 2025: questa è la newsletter che ho inviato il 28 dicembre 2025 con le mie riflessioni su AI e comunicazione, Project Management e tempi umani

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Inverno 2025: questa è la newsletter che ho inviato il 28 dicembre 2025 con le mie riflessioni su AI e comunicazione, Project Management e tempi umani

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L’intelligenza artificiale sta trasformando la comunicazione nel 2026, ma non come tutti pensano. Tra la moltiplicazione infinita dei contenuti generati dall’AI, la corsa alla velocità e la perdita dei tempi umani, è tempo di fermarsi a riflettere. In questa newsletter di Pensieri Grafici condivido pensieri controcorrente su AI e comunicazione, autenticità dei contenuti, e il nuovo ruolo del Project Management nella gestione dei progetti creativi.

Perchè tutti saranno su Substack nel 2026

Esiste una FOMO da Substack, ve ne siete accorti?

Nel 2026 sembra che tutti debbano essere su Substack. Da anni e fino a ieri ho sentito dire “nessuno legge più contenuti lunghi”, ed oggi magicamente c’è stata una conversione all’approfondimento dei contenuti. E intanto cresce questa euforia collettiva che mi ricorda altri momenti simili: quando tutti dovevano essere su Clubhouse, fare Reels, avere un podcast, …

Eppure io ho deciso di non esserci.

Ho deciso di scrivere un articolo completo su Substack e alternative newsletter, qui troverai il testo completo.


AI e contenuti: quando la quantità non batte la qualità

La moltiplicazione dei contenuti e dei pesci: contenuti infiniti, attenzione finita

L’intelligenza artificiale sta moltiplicando i contenuti a una velocità mai vista prima. Chiunque può generare un articolo, una newsletter, un post, un’analisi in pochi secondi. Bastano un prompt ben scritto e qualche raffinamento per ottenere testi lunghi, apparentemente approfonditi, pronti per essere pubblicati. Il risultato? Un’esplosione di contenuti che invade ogni piattaforma, ogni canale, ogni angolo del web.

Ma c’è un problema: noi siamo sempre gli stessi. La nostra capacità di attenzione non è aumentata. Le nostre giornate hanno sempre ventiquattro ore. E la nostra disponibilità a leggere, ascoltare, guardare contenuti NON si è moltiplicata insieme alla produzione.

Il paradosso dell’attenzione: più contenuti, meno tempo

E aggiungo che in realtà la nostra attenzione sta diminuendo: più contenuti ci sono, più diventa difficile scegliere cosa merita davvero il nostro tempo. Questo è il paradosso del 2025: abbiamo accesso a una quantità infinita di informazioni, ma distinguere cosa vale la pena leggere è diventato un lavoro a tempo pieno. E così ci ritroviamo a scorrere velocemente, a leggere solo i titoli, a cercare riassunti generati da altre AI che ci dicano in poche righe cosa c’è scritto in quel lungo articolo che qualcun altro ha fatto scrivere a un’AI.

Mi chiedo spesso: nell’era dell’AI applicata alla comunicazione, ha ancora senso produrre contenuti in un mondo così saturo? E soprattutto, ha senso produrli senza metterci dentro qualcosa di autenticamente umano, qualcosa che un’intelligenza artificiale non può replicare? Perché il problema non è l’AI in sé. Il problema è l’illusione che produrre di più significhi comunicare meglio. Che riempire spazi con parole, anche se ben scritte, o immagini, equivalga a dire qualcosa di rilevante. Che la quantità possa sostituire la qualità.

Ho sempre creduto che la comunicazione richieda tempo. Tempo per pensare, per osservare, per trovare la forma giusta per un messaggio. Nel mio lavoro di progettista e consulente, mi chiedo spesso quanto tempo serve davvero per comunicare bene. Non solo per progettare, ma per osservare e trovare la forma giusta per un messaggio. Come diceva Takashi Murakami che ho riportato nella mia ultima newsletter, “Il mio obiettivo è rimanere rilevante tra 100 o 200 anni e trascendere il tempo.” Una visione a lungo termine che pochi possono permettersi, ma che pone almeno la domanda: ciò che stiamo producendo oggi avrà una rilevanza domani, o sarà solo rumore di fondo?

La verità è che stiamo assistendo a una corsa al volume, non al valore. E questa corsa rischia di abbassare drammaticamente la qualità di ciò che viene pubblicato. Nel mio lavoro di consulente di comunicazione vedo ogni giorno come l’AI non scriva male (anzi, spesso scrive in modo impeccabile dal punto di vista formale, se impostata bene scrive meglio di molti di noi) ma spesso manca quella scintilla umana, quella tensione dialettica di cui parlava Annamaria Testa quando descriveva i tratti delle persone creative: la capacità di unire elementi sparpagliati in combinazioni nuove, l’armonia, l’eleganza, l’ingegno, e il mio obiettivo è portare questo approccio nei miei progetti di brand identity.

Se non scrivevi prima, o se non scrivevi tanto, non sarà un’AI a cui delegherai la scrittura a renderti più interessante. E se tutti producono contenuti lunghi solo perché ora è “facile” farlo, cosa succederà quando i lettori si accorgeranno che dietro a quelle parole non c’è un pensiero originale, ma solo una riformulazione di concetti già esistenti?

Contenuti autentici vs contenuti automatici: cosa fa davvero la differenza

Io continuo a credere che la comunicazione debba avere un senso, uno scopo, un’intenzione, non che sia un riempitivo di spazi di un calendario editoriale che qualche esperto ha indicato di pubblicare ogni giorno, mandare una mail ogni settimana, o qualunque altro consiglia abbiate letto su frequenza di pubblicazione. Credo che valga la pena produrre contenuti solo se c’è qualcosa di vero da dire, qualcosa che nasce da un’osservazione autentica, da un’esperienza vissuta, da una riflessione profonda. L’AI può supportare la comunicazione, ma non può sostituire l’autenticità, altrimenti rischiamo di contribuire al rumore, non alla conversazione.

E nel frattempo, mentre i contenuti si moltiplicano, la nostra attenzione si frammenta sempre di più. Saremo in grado di distinguere ciò che vale da ciò che è solo riempitivo? O ci abitueremo a una mediocrità diffusa, accettando che tutto suoni più o meno uguale?


Intelligenza artificiale nella comunicazione: bilanciare velocità e tempi umani

L’elefante nella stanza del 2025: l’AI e i tempi umani

Ogni giorno apro LinkedIn e ricevo newsletter che mi raccontano usi magnifici dell’intelligenza artificiale. Nuovi strumenti, nuove funzionalità, nuove possibilità. Tutto sembra accelerare a una velocità vertiginosa, e io mi ritrovo a pensare: per me è tutto troppo veloce.

Uso l’AI nel mio lavoro. La uso per fare brainstorming, per analizzare documenti lunghi, per riorganizzare appunti di call con i clienti, per ritoccare immagini, per aiutarmi con i testi alimentando un chatbot con i miei stessi testi passati, per cercare di essere io la fonte da cui prendere spunto. È uno strumento utile, a volte prezioso. Ma sto ancora sperimentando e la uso in modo limitato, voglio impararla meglio, ho deciso di reinvestire e acquistare i corsi su una piattaforma per approfondire, e poi ci sono cose che ho deciso di non delegarle. Come la produzione di immagini, per esempio. Almeno fino ad oggi.

Non perché l’AI non sia capace di farlo. Ma perché il processo conta quanto il risultato, e sulle immagini ho una sensibilità visiva che da un lato non riesco a tradurre in prompt, dall’altro credo nel valore autoriale di fotografi e illustratori tali da non voler emulare il lavoro altrui: è un po’ l’annoso problema del copiare/rubare come un’artista che ci poneva già Austin Kleon nel 2012. Inoltre il mio timore è che perdere il processo significa perdere pezzi di sé, della propria crescita, del proprio pensiero. Nel mio caso con l’immagine il mio timore è questo, anche se so che il 2026 mi porterà a sperimentare anche in questo senso e almeno provare a capire dove e come usarlo come strumento visivo.

Il valore del processo: perché rallentare può essere strategico

C’è un punto, in questa corsa alla velocità, in cui sento il bisogno di dire: stop, scendo un attimo. Preparo una lasagna*. Magari potrei tornare a fare qualche torta, aspettare i tempi di lievitazione, i tempi di cottura, senza comprarla già pronta. O esco, vado a vedere una mostra, passeggio al parco facendo giri inutili solo nella direzione del sole per sentirlo sulla pelle.
Non è nostalgia, non è rifiuto del progresso. È il bisogno di preservare i tempi umani. Quei tempi di sedimentazione delle idee, di sviluppo di un processo che richiede minuti, ore, come la lievitazione di una torta o la cottura di una lasagna*. Tempi che non possono essere accelerati senza alterare il risultato.

L’AI può togliermi una parte del lavoro manuale, probabilmente mi toglierà anche una parte delle richieste di lavoro che mi arrivano. Magari qualcuno userà un’AI per farsi un logo o un sito web invece di chiedere a me. Va bene. Sono richieste spesso a basso budget, e il risultato rifletterà la conoscenza di chi ha scritto il prompt. Ma la visione d’insieme, la strategia, la capacità di vedere connessioni che non sono evidenti, di porre le domande giuste prima ancora di cercare le risposte — quella non credo sia facilmente replicabile.

Queste competenze le applico nei progetti di strategia di comunicazione che seguo, il mio valore aggiunto per il futuro sta lì. In quel pensiero strategico che cerco di difendere e di approfondire, cambiare, migliorare. Nelle competenze di gestione di progetti che ho acquisito al corso appena terminato di Project Management sulla metodologia tradizionali e quelle Agile, e che non vedo l’ora di applicare nei miei lavori. Nella capacità di guardare un progetto dall’alto, di lato, dal basso, e capire cosa serve davvero.

Non ho (troppa) paura dell’AI. Ma non voglio nemmeno avere una fiducia cieca in cambio della velocità del risultato. Perché la velocità non è sempre un vantaggio, a volte rallentare, osservare, aspettare che le cose cuociano ai loro tempi, è l’unica strada per ottenere qualcosa di buono.

La domanda che mi pongo, e che lascio anche a te, è questa: come integriamo l’AI nel nostro lavoro senza farci sopraffare? Come manteniamo i tempi umani in un mondo che corre sempre più veloce? E soprattutto: siamo sicuri di voler delegare tutto, anche a costo di perdere il processo?

Io, per ora, affianco l’uso dell’AI alla preparazione di una lasagna*: entrambe convivono, entrambe mi coinvolgono su aspetti diversi.


Project Management per la comunicazione: la gestione strategica dei progetti creativi

Ho terminato da poche settimane un corso di Project Management. Non un corso online on demand, ma un percorso in presenza, con lezioni da seguire dal vivo, obbligo di frequenza, appunti su quaderni, confronti diretti con docente con cui dialogare continuamente e colleghi con cui raccontarsi esperienze. Avevo bisogno di questo: di dare struttura a una competenza che già possedevo, la gestione dei progetti, ma a cui mancava la metodologia codificata per applicarla in modo più efficace.

Negli anni mi sono accorta che leggere articoli sparsi online non bastava. Non riuscivo a capire bene l’argomento nella sua complessità, sentivo la necessità di un approfondimento e una visione d’insieme, di vedere come tutti i pezzi si incastrano. E soprattutto, volevo capire come applicare queste metodologie ai progetti di comunicazione, che hanno dinamiche diverse da quelli industriali o infrastrutturali per cui il Project Management tradizionale è nato.

Metodologie Agile e Scrum per progetti di comunicazione

La scoperta più interessante è stata che l’approccio tradizionale (o waterfall) non si sposa benissimo con i progetti software né con quelli di comunicazione, anche se ha una struttura ormai collaudata da cui trarre alcuni spunti interessanti. Ma l’ho capito solo dopo, approfondendo la metodologia Agile con Scrum e Kanban. Perché i progetti di comunicazione raramente seguono una linea retta: evolvono, si adattano, rispondono a feedback, cambiano direzione quando serve. E soprattutto nei progetti più piccoli non c’è la possibilità di un team dedicato al 100% del tempo sullo stesso progetto, anzi!

Dalla teoria alla pratica: integrare PM nelle consulenze di branding

Ora sto integrando queste competenze nel mio lavoro di consulente di comunicazione visiva e strategica, cercando di proporre un approccio ibrido alle metodologie, integrando una gestione del progetto che ho costruito nel tempo ad una materia molto viva come i progetti di comunicazione sanno essere.

  • Per le consulenze su siti web, ad esempio, sto valutando di utilizzare sprint (blocchi di tempo fissi) fin dal principio.
  • Per ogni progetto concluso ho creato un template di Closing (fase di chiusura del progetto) per analizzare cosa ha funzionato e cosa no.
  • E sto valutando come strutturare una fee per l’Initiating, quella fase delicata di avvio del progetto in cui vengo coinvolta, spesso quando un progetto è già avviato, in cui sono chiamata per mettere ordine dove le cose funzionano male. È un lavoro che mi piace moltissimo ma che richiede ore per capire il contesto e impostare una gestione efficace.

Guardando indietro, ho capito perché alcuni progetti passati hanno avuto problemi di tempo o di costi. Spesso mi sono fatta carico di ore e budget aggiuntivi non preventivati perché la gestione non era ottimizzata, perché mancavano processi chiari, perché nessuno aveva definito milestone e responsabilità fin dall’inizio. Non era un errore del cliente, era un aspetto che non avevo considerato io.

Questa competenza di PM affianca le mie altre, non le sostituisce. Anzi, credo che conoscere gli aspetti tecnici di un progetto di comunicazione (sapere cosa significa progettare un sito, creare un’identità visiva, strutturare una strategia) aiuti nettamente un Project Manager a gestirlo al meglio. La mia sfida sarà integrare questi ruoli in modo fluido, scegliendo di volta in volta quale cappello indossare, ma mantenendo sempre le fila del progetto.

Può servirti una persona che tenga le fila dei tuoi progetti?

Se stai affrontando un rebranding, sviluppando un ecosistema digitale o implementando una strategia su più canali, forse non ti serve solo un esecutore: ti serve qualcuno che tenga le fila del progetto. Una persona che conosca sia la parte strategica che quella operativa, e che sappia gestire il processo dall’inizio alla fine. Perché il problema potrebbe non essere la creatività o il budget, ma potrebbe essere il metodo con cui tenere insieme tutto questo.

Offro servizi di Project Management per la comunicazione con approccio ibrido (metodologie tradizionali + Agile), specificamente adattato ai progetti creativi e di branding.


Leadership e comunicazione: riflessioni su valori e impatto professionale

Tra gli appuntamenti che sto segnando in agenda per l’anno nuovo, a gennaio mi troverai al Book Club della Rete al Femminile di Torino, dove parleremo de “La leadership dei doveri” di Tiziana Rubano. Ho conosciuto l’autrice durante un incontro della community My Orango di cui faccio parte, una mattinata che, senza esagerare, è stata illuminante. Ascoltarla parlare di filosofia del lavoro attraverso il pensiero di Simone Weil, una filosofa antesignana di ragionamenti attualissimi sui contesti lavorativi odierni, mi ha aperto prospettive che non avevo considerato, soprattutto su come posso supportare la comunicazione delle figure di leadership nei percorsi di branding che propongo. Ho ripreso in mano il libro, lo sto leggendo in questi giorni, perché ho proposto la lettura all’interno del Book Club in RafTO e ho chiesto all’autrice di partecipare all’incontro.

L’impatto della comunicazione autentica nel contesto professionale

All’interno di quella giornata, ascoltando Tiziana parlare, mi sono chiesta: che tipo di impatto posso avere, come professionista autonoma, nel piccolo mondo che mi circonda? Ha senso parlare di leadership se si lavora da soli? O forse la vera domanda è: quanto siamo veramente soli nei nostri lavori, quanto le relazioni e le collaborazioni che portiamo avanti fanno parte di una leadership più ampia, meno visibile ma non meno importante?

Credo che la società e il mondo lavorativo possano cambiare dalle singole persone e dai loro comportamenti. Forse sono un’idealista (anzi, sicuramente lo sono), ma sento che le mie scelte valoriali, il modo in cui le comunico e le porto nei contesti in cui sono, possono influenzare il modo di lavorare. Anche nel piccolo.

Se il tema ti interessa te ne consiglio la lettura, e se sei un’imprenditrice, libera professionista o hai un’attività in proprio e sei in Provincia di Torino, ti invito a gennaio a conoscere le attività di Rete al Femminile Torino e partecipare all’incontro per confrontarci insieme (puoi partecipare a 2 incontri prima di iscriverti all’Associazione).


Rallentare nella comunicazione: il valore dell’introspezione

Ti lascio con una domanda che Tlon esplora in modo bellissimo: come stai? Non la risposta automatica, quella vera. Quella che forse ci siamo dimenticati di chiederci.

Il solstizio, la giornata più buia dell’anno, e anche la data in cui avresti dovuto ricevere questa newsletter, è stato domenica scorsa. Quel pomeriggio mi sono seduta sul divano e ho scritto questa newsletter, che ho lasciato sedimentare un po’, anche per i tempi tecnici di impaginarla, impostarla, cercare l’immagine e inviarla. Anche la mia newsletter ha bisogno di tempo.
L’inverno è appena iniziato, e con lui arrivano le giornate corte, il buio che scende presto. È il tempo della natura che si chiude, che rallenta, che si ripiega su se stessa. Forse anche noi possiamo concederci questo movimento: un po’ di introspezione, il permesso di fermarci invece di correre. Come stai, davvero? Prenditi il tempo per rispondere, a te stesso o te stessa, prima di tutto.

* Perché le lasagne?
Perché qualche giorno fa sono tornata a cucinarle, dopo anni che non le facevo. Quelle classiche, con il ragù fatto in casa. Prendendomi il tempo per farle, scegliendo di stare tranquilla a casa in un periodo frenetico, preparandole lentamente. Mi hanno detto essere venute molto buone. Quasi quasi mi scongelo una porzione rimasta e me le mangio stasera. Sì, quasi quasi faccio così
.

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Ciao, sono Erica!

Mi occupo di consulenze di comunicazione di e realizzo i progetti visivi di cui hai bisogno per comunicare.
In questo blog racconto il mio sguardo sul mondo, gli stimoli grafici che osservo, parlo di comunicazione visiva, di strategie, libri, eventi di settore e a volte anche di aspetti più tecnici.